
Ha ancora senso studiare latino nella scuola secondaria?
Affrontiamo oggi una domanda che negli ultimi anni è tornata sotto i riflettori, ma che in realtà trae origine da una discussione secolare che ha incontrato momenti di maggiore o minore fervore: “Ha ancora senso studiare latino nella scuola secondaria?”
Innanzitutto, collochiamo nello spazio e nel tempo la lingua latina: quando se ne parla a scuola, ci si riferisce al periodo storico che comprende prevalentemente la civiltà dell’Impero Romano; anche se la lingua era infatti parlata nel Lazio già agli inizi del I millennio a.C., ci si concentra su quello che è considerato il latino classico, cioè la lingua parlata a Roma e utilizzata negli affari pubblici dell’Impero Romano tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C.
Sarebbe più appropriato riferirsi sin da subito alla civiltà greco-romana, o civiltà classica, in cui il pensiero latino viene unito a quello sviluppato nell’antica Grecia, ma affronteremo questo punto in un altro articolo del blog. In ogni caso, c’è una precisa motivazione che ha portato a selezionare questo periodo storico, come vedremo insieme.
Un po’ di ironia: può lo studio del latino essere traumatico?
Ore, giorni, mesi, anni di studio in classe e a casa per tentare di imparare una lingua non parlata praticamente da nessuno; una grammatica ampia, articolata, complessa e difficile; una morfologia e una sintassi ostiche; e ancora le declinazioni, le coniugazioni verbali. Poi ci sono le eccezioni, lo sforzo mnemonico non indifferente per acquisire un minimo di vocabolario iniziale, i paradigmi, e numerosi altri elementi che non si possono citare tutti insieme per esigenze di sintesi.
Una menzione speciale deve però essere dedicata a quell’oggetto preistorico chiamato “vocabolario”: troppo pesante da portare in spalla; troppo ingombrante per essere contenuto nello zaino o nella borsa; troppo fastidioso se portato a mano; antidiluviano se paragonato a qualsiasi ebook reader. Insomma, un oggetto che, diciamocelo, è quasi sempre odiato.
Se posto in questi termini, lo studio del latino potrebbe in effetti risultare traumatico.
Alcune critiche negative mosse allo studio del latino
Oltre allo scenario da incubo che abbiamo tratteggiato prima, volutamente provocatorio – e con una nota d’ironia: in fondo siamo stati studenti anche noi! – da varie parti si muovono critiche negative, dirette e puntuali, verso lo studio del latino nella scuola secondaria; vediamone insieme alcune, attingendo a quelle più comuni.
- Il latino è una lingua morta, quindi non ha alcuna utilità pratica.
- Se è vero che lo studio del latino allena il ragionamento, questo è altrettanto vero per lo studio di altre lingue che possono essere spese nel mondo del lavoro: allora è meglio imparare, per esempio, il tedesco, il cinese o magari il sanscrito.
- Allo stesso modo, se è vero che lo studio della lingua latina aiuta a sviluppare la logica, si può raggiungere questo obiettivo in molti altri modi: per esempio, studiando la matematica, la programmazione o – meglio ancora – direttamente la logica.
Argomentazioni a difesa dello studio del latino
Affrontiamo le critiche precedenti in modo obiettivo, senza pregiudizi.
Innanzitutto, il latino è davvero una lingua morta? Nel senso stretto del termine sì, lo è, perché nessuno lo parla dalla nascita né lo utilizza nel corso della sua vita. Ma se approfondiamo i termini della questione notiamo, ad esempio, che il latino è ancora la lingua ufficiale della Santa Sede; è stata utilizzata nei libri di testo fino alla metà del secolo scorso dagli studenti di teologia o in seminario; è oggetto di gare di composizione (i certamina); è parlata in alcuni circoli culturali presenti in diverse città nel mondo.
In ogni caso, il latino è utilizzato da un numero esiguo di persone in ambiti fortemente ristretti: la conclusione secondo la quale sarebbe inutile potrebbe allora apparire corretta, in prima battuta. Qui sussiste però un nesso logico con cui non concordiamo: se una lingua è morta, allora non serve studiarla a scuola, perché è di interesse solo per gli specialisti del settore. Purtroppo, valutazioni di questo tipo, legate esclusivamente all’utilità e alla spendibilità pratica, investono ormai tutti gli ambiti di studio. Ma se, invece, ci fossero altre considerazioni importanti da non trascurare?
Molti detrattori dello studio del latino, anche se riconoscono che contribuisca ad allenare il ragionamento, reputano però che sia meglio imparare altre lingue – altrettanto capaci di migliorare le capacità logiche – purché siano correntemente parlate e impiegabili in qualche ambito. Anche in questo caso, si insiste sul concetto di utilità pratica e immediata, tralasciando qualsiasi altro fattore potenzialmente in gioco. Proviamo a seguire questa linea di pensiero: siamo sicuri che la conoscenza, per esempio, del tedesco o del cinese porterebbe a benefici analoghi rispetto a quella del latino? In alcuni casi specifici è indubbio che ci sarebbero dei vantaggi: nel percorso di selezione presso un’azienda che avesse a che fare con quei Paesi; o, per esempio, durante un viaggio di piacere in quei luoghi. Si potrebbe anche estendere il ragionamento rivolgendo lo sguardo al sanscrito, per esempio. Come prima, dovremmo però chiederci se non ci siano altri benefici a cui lo studio del latino potrebbe portare.
Allo stesso modo, molti sostengono che per sviluppare la logica sia più opportuno studiare la matematica, la programmazione o direttamente la logica. Potremmo ripetere il medesimo ragionamento appena fatto e giungeremo alla stessa domanda: oltre al raggiungimento di specifiche competenze, lo studio del latino consentirebbe di migliorare altre capacità o abilità, oppure no?
Ha ancora senso studiare il latino?
Proviamo ora a dare una risposta alle domande che ci siamo posti e ampliamo l’orizzonte, eliminando la collocazione nella scuola secondaria – di primo o di secondo grado che sia.
Abbiamo visto che il motivo conduttore delle critiche allo studio della lingua latina sembra riguardare inequivocabilmente la scarsa utilità pratica che riveste nella preparazione per il mondo del lavoro o, volendo generalizzare, per la vita futura. Su internet esistono già numerosi articoli che propongono argomentazioni convincenti e che riportano dati sugli indubbi vantaggi dello studio della lingua latina: la difficoltà della grammatica che stimola il ragionamento, lo sviluppo della logica e del pensiero astratto, l’organizzazione del pensiero, il miglioramento della memoria, la conoscenza dell’etimologia che offre uno sguardo più ricco sul linguaggio e sull’uso delle parole, la necessità di allenarsi al meccanismo della lettura profonda. Questi concetti, già espressi spesso brillantemente da altri, rappresenterebbero da soli un’argomentazione esaustiva a favore dello studio del latino, ma ora desideriamo concentrarci su un aspetto meno tangibile.
Ecco cosa offre lo studio della lingua latina: un valore formativo immenso, insostituibile, incalcolabile. Questo è il nocciolo della questione per noi.
Considerando nel complesso la civiltà greco-romana – sapendo che parte della cultura greca è stata assorbita da quella latina – ci riferiamo ad una civiltà che ha prodotto opere letterarie uniche, incentrate sugli esseri umani nella loro essenza; orientate alla sfera spirituale, al rapporto con il divino, l’anima, le emozioni, la natura, la scienza; ma anche con i vizi, le debolezze, i problemi, i rapporti sociali, politici, economici. Opere universali, nutrite da una visione del mondo fuori dallo spazio e dal tempo, lontana dalle mode, dagli affanni e dai pregiudizi dell’epoca; rivolta a quei tratti inalterabili e immutabili che caratterizzano la vita di qualsiasi persona.
Appare allora subito evidente che quelle parole e quei pensieri scritti circa duemila anni fa, in un mondo fortemente diverso dal nostro, potrebbero trovare ancora spazio tanto in un saggio appena uscito in libreria quanto in un post su Facebook; oppure potrebbero essere un utile – sì, abbiamo appena usato “quella” parola! – spunto di riflessione per un professionista che sta preparando un reel su Instagram o un video su Linkedin. E, in quelle parole e in quei pensieri, potrebbe anche trovare subito conforto un adolescente che, questa sera, si sfogherà nella community di TikTok perché ha avuto una discussione con un insegnante per un’interrogazione andata male.
E nel prossimo futuro, quando interagiremo costantemente con forme di intelligenza artificiale e il progresso tecnologico rivoluzionerà la nostra vita, sarà ancora più importante confrontarci con il pensiero classico: per non perdere mai la consapevolezza delle differenze tra un essere umano e una macchina.
Nota: questo testo, in ogni sua parte, è frutto dell’ingegno umano e non è stato generato o supportato da alcuna forma di intelligenza artificiale.