Studiare e specializzarsi: serve davvero? Una riflessione da I. Asimov

Nel 1956 Isaac Asimov, considerato uno dei padri del genere fantascientifico, scrisse un racconto visionario dal titolo “The Dead Past”.

La vicenda ruota intorno al cronoscopio, un dispositivo nato dalla fantasia dell’autore in grado di riprodurre immagini e suoni del passato. Il tema del racconto è il controllo statale della ricerca scientifica come conseguenza necessaria del progresso tecnologico. Tra l’altro, nel primo articolo del nostro blog, abbiamo affrontato un aspetto rilevante legato all’aumento della complessità e dell’avanzamento delle conoscenze proprio in campo tecnologico.

La storia analizza anche una possibile conseguenza, tanto inaspettata quanto profonda, dell’utilizzo del cronoscopio: ti invitiamo a leggere il racconto per scoprirla, perché offre l’opportunità di riflettere sulle implicazioni che la tecnologia può avere nella nostra vita. A volte, infatti, un’invenzione nata all’interno di uno specifico contesto e pensata per una determinata finalità può essere utilizzata in modo inatteso e imprevedibile.

Un diploma è “il primo passo giù per una china rovinosa”?

Vogliamo soffermarci su un passaggio particolare del racconto, nel quale si affronta un argomento che riguarda lo studio: un professionista che si occupa di divulgazione scientifica, Ralf Nimmo, sostiene che gli scrittori di scienza abbiano conoscenze assai più vaste degli scienziati, in quanto non sono specializzati; sarebbe proprio l’assenza di un sapere specialistico ad offrire agli scrittori un enorme vantaggio. Ecco le parole che usa Ralf:

“Un diploma […] è il primo passo giù per una china rovinosa. Non vuoi sprecarlo, perciò ti iscrivi all’università, ti laurei e, naturalmente, ti specializzi. E di questo passo ti ritrovi ad essere un perfetto ignorante su tutto tranne che per una scheggia suddivisionale di qualcosa, ossia di niente. Se, al contrario, custodisci con cura la tua mente mantenendola sgombra di qualsiasi ingorgo di dati fino ad avere raggiunto una maturità, colmandola soltanto di intelligenza e addestrandola unicamente a pensare con chiarezza, ecco che ti ritrovi in possesso di uno strumento potente”. (Citazione tratta da “Il meglio di Asimov” di Isaac Asimov, tradotto da Hilja Brinis, Mondadori, 2010)

A una prima lettura il messaggio appare semplice e chiaro: lo studio non serve; perché faticare tanto per ottenere un diploma e poi una laurea? Alla fine si conquisterebbe una conoscenza specifica in un determinato ambito, fortemente ristretto e trascurabile, che risulterebbe paragonabile al “niente”. Sarebbe invece auspicabile evitare “qualsiasi ingorgo” del pensiero, senza accumulare dati e conoscenze almeno fino all’età adulta.

Come rendere la mente uno “strumento potente”

Se però torniamo indietro e leggiamo con maggiore attenzione il testo, scopriamo che l’argomentazione di Ralf non si limita alle considerazioni che abbiamo appena fatto; rappresenta anzi il punto di partenza di una riflessione articolata, che porta a implicazioni molto diverse.

Un diploma sarebbe l’inizio di un percorso addirittura “rovinoso”, la cui conclusione naturale sarebbe una specializzazione in un determinato settore; in questo modo si acquisirebbe una conoscenza specialistica magari anche profonda, ma sarebbe una goccia nel mare della conoscenza o, meglio, di tutte le possibili conoscenze; per questo motivo, uno specialista sarebbe un “perfetto ignorante”. Senza dubbio, un’affermazione forte. Una provocazione?

Ecco un ribaltamento della prospettiva che porta a una conclusione ancora più forte, basandosi sulla necessità di costruire degli strumenti di base del pensiero prima di specializzarsi eccessivamente. È possibile rendere la mente uno “strumento potente”, seguendo una semplice ricetta:

  • Custodirla con cura
  • Mantenerla “sgombra di qualsiasi ingombro di dati”
  • Colmarla di intelligenza
  • Addestrarla “unicamente a pensare con chiarezza”
  • Mantenere questo stato fino al raggiungimento di “una maturità”

Qui non ci interessa fare una disamina della traduzione rispetto al testo originale, o pensare se tali parole riportino (più o meno) fedelmente il messaggio che l’autore avrebbe voluto veramente trasmettere: dal momento che esse abbracciano pienamente la nostra visione, le prendiamo come tali. Soffermiamoci un momento insieme su questi punti.

Custodire con cura la mente: la parola “custodire” esprime un concetto complesso, perché significa nello stesso tempo sorvegliare, vigilare e conservare, secondo l’etimologia latina di custos, cioè di un custode che provvede alle necessità, preserva dai pericoli, vigila, si prende cura e mantiene ciò che gli è stato affidato. Forse “con cura” diventa allora tautologico, anche se dà maggiore forza a un significato già di per sé profondo, e lo vogliamo mantenere. Un concetto affascinante e complesso, sul quale ritorneremo spesso negli articoli del nostro blog, perché l’idea di fondo è relativamente semplice, ma il modo di renderla concreta non è così ovvio.

Mantenere la mente sgombra da un eccesso di informazioni, dati, elementi superflui che la possono disturbare. Basta fermarsi a riflettere sull’esposizione quotidiana rispetto alle piattaforme social, alle email e a qualsiasi altra forma di notifica: un continuo bombardamento di informazioni e dati che possono diventare un “ingombro”, cioè un intralcio, un impedimento. Un ostacolo rispetto a cosa? Rispetto alla raccolta e all’atto di processare quei dati importanti e utili, che altrimenti potrebbero andare perduti.

Colmare la mente di intelligenza: a prima vista potrebbe apparire un concetto un po’ troppo pretenzioso e vago, dal momento che la parola “intelligenza” non ha neppure una definizione univoca. Tuttavia, condividiamo pienamente l’idea di fondo: riempire la mente di elementi che stimolino il pensiero anziché inondarla di informazioni spazzatura, notizie false, pseudonotizie o, più in generale, fattori che possano ingolfarla.

Addestrare la mente unicamente a pensare con chiarezza: un solo obiettivo, semplice e preciso. Ci sono due elementi che lo costituiscono: la capacità di formulare dei pensieri e un processo che consenta di farlo in modo trasparente e nitido.

Mantenere lo scenario appena tratteggiato fino al raggiungimento di “una maturità”, cioè fino all’ingresso nell’età adulta: noi concordiamo con la maggior parte degli studiosi che pone questo momento intorno all’età di diciotto/vent’anni – un periodo tutt’altro che breve.

Qual è il ruolo della scuola?

Questa tanto ambita ricetta per rendere la mente uno “strumento potente” appare semplice, a parole, ma nasconde una complessità straordinaria, rendendo molto difficile tradurla in azioni concrete. Il motivo principale risiede nella necessità di un approccio che trae origine molto lontano, nei primi momenti di vita: quelli in cui si inizia a nutrire la mente.

La scuola assume poi un ruolo fondamentale, in quanto accompagna la nostra crescita fino all’ingresso nell’età adulta. Sappiamo che è cambiata profondamente negli ultimi decenni, spingendo verso una maggiore specializzazione a discapito dello studio di materie considerate meno utili e spendibili nel mondo del lavoro; si è inoltre cercato di introdurre quelle materie considerate utili in età sempre più precoce. Siamo sicuri che questa sia la strada giusta? Secondo Ralf, bisognerebbe nutrire la mente “soltanto di intelligenza” e portarla “unicamente a pensare con chiarezza” a discapito di qualsiasi specializzazione. Insomma, si tratta di uno scenario quasi opposto rispetto a quello che prende vita in ogni anno scolastico.

La scuola Libentis potrebbe prendere le parole di Ralf e utilizzarle come suo manifesto, perché sia il metodo proposto sia gli obiettivi a cui tende si muovono esattamente nella stessa direzione. Non sappiamo fino a che punto I. Asimov facesse suo il pensiero che ha messo in bocca a un suo personaggio, tuttavia lo stesso autore ha scritto: “Non ho mai cercato di evitare che il mio ambiente personale trasparisse dai miei racconti, ma devo riconoscere che ben raramente un racconto ne è stato permeato in modo così massiccio”. (Citazione tratta da “Il meglio di Asimov” di Isaac Asimov, tradotto da Hilja Brinis, Mondadori, 2010)

Nota: questo testo, in ogni sua parte, è frutto dell’ingegno umano e non è stato generato o supportato da alcuna forma di intelligenza artificiale.

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