
Un pomeriggio di compiti a casa
Edoardo, un bambino curioso e intelligente che frequenta la scuola primaria, sta diligentemente svolgendo i compiti a casa, dopo aver fatto merenda. Sul tavolo ci sono un eserciziario, dei fogli a quadretti, un portapenne e una scatola piena di matite colorate; Edoardo è concentrato e attento.
Anna, sua mamma, sta leggendo le ultime notizie sul web seduta all’altro capo del tavolo, mentre sorseggia una tisana che un’amica le ha appena regalato; a un tratto, volge lo sguardo su Edoardo, sorridendo, e poi si sofferma a contemplare un bellissimo disegno che le nuvole hanno formato in cielo. Dentro di sé si sente serena e fortunata.
Qualcosa, però, interrompe improvvisamente quel momento di tranquillità: è una sensazione sgradevole che Anna fa fatica a comprendere. Si guarda intorno e tutto sembra perfetto come pochi minuti prima: Edoardo è intento a scrivere sul quaderno; la stanza è in ordine; fuori dalla finestra splende il sole e le nuvole stanno continuando a rincorrersi; nessun rumore particolare, né in casa né all’esterno.
Di che cosa si tratta, allora? Anna fa un respiro profondo e si rende conto di cosa l’ha turbata, quando viene attratta dai movimenti di Edoardo che cambia in continuazione matita colorata mentre scrive sul quaderno, con un’attenzione e una velocità tali da sembrare più grande della sua età, buffo e tenero al tempo stesso. Anna scoppia in una fragorosa risata perché si accorge di essersi preoccupata, anche solo per poco, senza un reale motivo.
Edoardo si distrae e si adegua subito al clima gioioso. Quando i loro sguardi si incontrano, Anna gli si avvicina incuriosita e la sua attenzione è catturata da un particolare che nota per la prima volta: i fogli di Edoardo, traboccanti di numeri e di colori, sembrano degni di un’opera d’arte contemporanea! Questo pensiero la rallegra perché può constatare l’estro artistico di Edoardo; si tratta però di un momento fugace, perché le tornano subito in mente i suoi quaderni di aritmetica: pagine su pagine monocromatiche, in cui l’unico sprazzo di colore era dato dai segni rossi che mettevano in evidenza gli immancabili errori.
Un po’ stranita per questa dissonanza tra il suo grigio ricordo e i coloratissimi fogli di Edoardo, gli chiede di raccontarle cosa stia facendo. Edoardo, orgoglioso dei suoi sforzi, le spiega il segreto: le unità sono blu, le decine verdi, le centinaia rosse, e così via; ci sono varie combinazioni di colori in base alle operazioni e ai risultati; l’importante è che la combinazione finale dei colori sia quella giusta, così la maestra è contenta.
Anna rimane impietrita, mentre muove sempre più velocemente lo sguardo tra i fogli colorati sul tavolo ed Edoardo trionfante che sta già scambiando una matita colorata con un’altra. Incerta nei pensieri e nelle parole, Anna gli chiede di svolgere un esercizio senza utilizzare i colori; Edoardo inizialmente non sembra capire, ma è volenteroso e ci prova ugualmente, anche se il suo sguardo e la sua mano corrono istintivamente verso il mare magnum di matite colorate.
Poi, una discussione e un epilogo che Anna aveva già iniziato a immaginare: Edoardo, spazientito, urla che la maestra si arrabbia se i colori non sono giusti. Anna, svuotata di ogni forza e pensiero, scoppia a piangere.
Perché studiare l’aritmetica?
Abbiamo raccontato una storia. Una storia semplice, in cui una madre segue un figlio che svolge i compiti a casa durante una piacevole giornata di primavera. Una storia vera, in cui l’unica differenza rispetto alla realtà riguarda il cambiamento dei nomi. Una storia con un epilogo triste, perché Anna si sente impotente di fronte alla consapevolezza a cui è appena sopraggiunta.
Procediamo con ordine: perché è così rilevante ciò che è accaduto? In fondo, quando si affrontano i primi problemi astratti – in questo caso legati al pensiero logico-matematico – è necessario che siano legati a qualcosa di concreto, dal momento che il pensiero astratto è ancora molto lontano dall’essere sviluppato: non può quindi essere una buona idea utilizzare le matite colorate? La risposta non può che essere affermativa. Per esempio, l’autore di questo testo aveva a che fare con dei listelli di legno colorati di diversa lunghezza; altre volte si usano dei cubetti e dei contenitori adatti alla base del sistema di numerazione studiato, oppure si creano delle dinamiche di gioco interessanti. In generale non c’è limite alla fantasia e all’immaginazione degli insegnanti nella creazione di strumenti adatti allo scopo e spesso si raggiungono risultati eccellenti.
Come si sviluppa il pensiero astratto?
Allontaniamoci ora dalla superficie e analizziamo meglio le implicazioni di quanto abbiamo detto. Edoardo dovrebbe usare le matite colorate come uno strumento concreto per avvicinarsi ai concetti astratti di numero, unità o base mentre svolge le operazioni aritmetiche sul foglio di carta. Sappiamo infatti che anche le più banali operazioni aritmetiche rappresentano una grande sfida per una mente non ancora pienamente formata. In questo modo, Edoardo utilizzerebbe correttamente un mezzo per ottenere un determinato fine, cioè lo sviluppo del pensiero astratto. Ma non è quel che accade.
Perché avviene l’opposto: il mezzo e il fine vengono scambiati.
Edoardo si impegna a far tornare la combinazione di colori, diventata scopo dell’esercizio, utilizzando come pretesto la necessità di svolgere un’operazione aritmetica, diventata uno strumento per utilizzare le matite colorate. Se torniamo indietro e rileggiamo con attenzione la frase precedente, potrebbe sembrare un mero gioco di parole, perché abbiamo effettuato una semplice permutazione dei termini, che è sempre possibile nell’utilizzo della lingua. Ma quali sono le implicazioni? Sono quelle che appaiono chiare ad Anna e che la portano a un momento di tensione.
Se Edoardo non può usare le matite colorate, non è infatti in grado di svolgere l’esercizio; questo significa che in quel momento il suo processo cognitivo è impegnato a creare associazioni tra la posizione delle cifre e i colori, anziché allenare la mente a legare la posizione delle cifre ai concetti astratti di numero e di operazione aritmetica, benché non possa ancora averne la comprensione. Il fine deve infatti essere quello di sviluppare precisi processi intellettivi e non quello di accostare i colori secondo un criterio arbitrario e senza significato. Purtroppo, Edoardo sta imboccando una strada che non mira a sviluppare elementi essenziali per la costruzione del pensiero astratto. A sua volta, questa mancanza potrebbe condizionarlo nella vita adulta.
Allenare la mente
Prima abbiamo utilizzato il verbo “allenare” non a caso. Questo concetto tornerà più volte negli articoli che scriveremo. Ora, se ci ponessimo su un piano fisico e atletico, nessuno avrebbe alcun dubbio: se si vogliono ottenere determinati risultati negli sport più faticosi è chiaro a tutti che è necessario faticare, impegnarsi, sudare; in altre parole, allenarsi. Se ci ponessimo invece su un piano di attività concettuali, sarebbe ancora chiaro alla maggior parte delle persone che per sviluppare la concentrazione, la memoria o altre facoltà mentali specifiche è altrettanto necessario allenarsi.
Il discorso cambia quando ci si pone sul piano dello sviluppo delle capacità intellettive: in questo caso, complice una naturale pigrizia mentale nell’affrontare un discorso articolato e complesso, il concetto di “allenamento” diventa quasi fuori luogo.
Eppure, questo è il problema che sta inconsapevolmente vivendo Edoardo: si sta allenando nel modo sbagliato, correndo il rischio di incorrere in danni ingenti. Abbiamo usato parole forti, è vero, ma non sarebbe corretto indorare una pillola che prima o poi esige il conto. Quello che possiamo fare è aiutare i nostri figli e le nostre figlie a porre basi adeguate per un corretto sviluppo del pensiero astratto, cuore pulsante della nostra visione e della nostra missione.
Nota: questo testo, in ogni sua parte, è frutto dell’ingegno umano e non è stato generato o supportato da alcuna forma di intelligenza artificiale.